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Lanciata su Netflix la nuova serie drammatica prodotta da Cate Blanchett

8 Lug 2020

UNHCR Goodwill Ambassador Cate Blanchett meets young Rohingya refugees at the UNHCR funded Temporary Learning Centre run by UNHCR Implementing Partner: CODEC in Kutupalong refugee settlement. Currently only 135,273 girls and boys have access to education with a further 258,727 children between the ages of 3-24 in need. The main issues slowing the progress are related to the overall lack of space within the camp and the lack of a validated learning framework. These issues hamper service provision. There is also a lack of land availability for Temporary Learning Centres. Presently there are 1,110 learning spaces but it is estimated that 1,790 more are needed to reach all children in need between the ages 3-14. UNHCR Goodwill Ambassador Cate Blanchett is warning of a “race against time” to protect Rohingya refugees from the worst impacts of the upcoming monsoon season in Bangladesh. Heavy rains, potential cyclones and adverse weather conditions are threatening to put more than one hundred thousand Rohingya refugees living in congested settlements in Cox’s Bazar district at serious risk in the coming months. Blanchett, on return from a visit to Bangladesh this week, is calling for urgent action to support UNHCR – the UN Refugee Agency - and its partners, working with the Government of Bangladesh, to avoid an “emergency within an emergency”. ; UNHCR Goodwill Ambassador Cate Blanchett visits Rohingya refugees in Bangladesh

Stateless, una nuova serie drammatica co-creata e prodotta dall’attrice, regista e Ambasciatrice di Buona Volontà dell’UNHCR, esplora cosa significa perdere la propria casa, il proprio paese e la propria identità.

Di Sarah Epstein a Londra | 08 luglio 2020

Una nuova miniserie Netflix, in uscita l’8 luglio, drammatizza il significato dell’essere costretti a fuggire e spogliati della propria identità.
“Stateless” è stata co-creata e prodotta da Cate Blanchett. L’attrice e regista è stata ispirata e spinta dal suo lavoro e dalle sue esperienze come Ambasciatrice di Buona Volontà dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, a far luce su ciò che può significare la perdita di identità.
Il dramma si concentra su quattro sconosciuti le cui vite si scontrano in un centro di detenzione per migranti nel deserto australiano. La storia centrale è ispirata al caso reale di un cittadino australiano detenuto illegalmente nel 2004.
La serie intreccia storie personali, rivelando un sistema alle prese con le inconciliabili contraddizioni della protezione delle frontiere.  La perdita di identità e dignità è un tema chiave e le crisi personali che i personaggi affrontano sono accentuate dalla detenzione.

“La mia speranza è che Stateless costruisca empatia”.

Blanchett ha detto: “La mia speranza è che Stateless, un progetto che in realtà è cresciuto separatamente dal mio lavoro con l’UNHCR ma che unisce per me due mondi, costruisca empatia e comprensione per i rifugiati, in particolare per coloro che sono stati e sono ancora in detenzione”.
“Viviamo in un mondo in cui circa l’un per cento di tutta l’umanità è stato costretto a fuggire a causa di conflitti o persecuzioni. Con Stateless spero di spingere le persone a ripensare a come loro e noi tutti stiamo rispondendo all’attuale crisi di rifugiati. A capire cosa significa perdere la propria casa, il proprio Paese, la propria identità. Spero di far sì che le persone empatizzino e facciano domande”, ha detto.
La serie usa il termine apolidi in senso poetico per affrontare la perdita di identità personale piuttosto che in senso legale.
Ma l’apolidia è una questione che preoccupa Blanchett e che fa parte del mandato unico dell’UNHCR come Agenzia delle Nazioni Unite.

“Sulla carta, gli apolidi non esistono”.

Secondo il diritto internazionale, l’apolidia si riferisce ai milioni di persone in tutto il mondo che non sono riconosciuti come cittadini da nessun paese. Questo ha conseguenze devastanti sulla loro capacità di esercitare i loro diritti umani e di partecipare alla vita normale delle società in cui vivono.
L’UNHCR sta lavorando per porre fine all’apolidia entro il 2024 attraverso la sua Campagna #IBelong.
In un breve intervento sui social media per l’UNHCR sull’apolidia, Blanchett ha detto: “La maggior parte delle persone sono cittadini di qualche luogo. Abbiamo certificati di nascita, abbiamo passaporti, carte d’identità. Ma sulla carta, gli apolidi non esistono. Senza passaporto o carta d’identità, l’elenco delle cose che le persone non possono fare non finisce mai: andare a scuola, vedere un medico, possedere una carta SIM, lavorare legalmente, aprire un conto in banca, viaggiare, possedere una casa o anche sposarsi legalmente. L’apolidia esiste ovunque. Succede in paesi come il tuo o il mio”.

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