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Lo chef e il calciatore: padre e figlio trovano speranza in Bosnia

18 Apr 2019

Rifugiati e migranti fanno la fila fuori da un centro di accoglienza vicino Sarajevo, capitale della Bosnia, mentre aspettano con ansia il loro prossimo pasto. A giudicare dal profumo che viene dalla cucina, il pranzo vale l’attesa.

Lo chef Majid, dall’Iran, si sta specializzando nel preparare piatti che richiamino l’attenzione degli altri richiedenti asilo. Oggi sta preparando agnello al curry.
“Cucinare è la mia arte”, dice. “Non servirei mai ad altri qualcosa che non mangerei io stesso”.
Il numero di migranti e richiedenti asilo che viaggiano attraverso la Bosnia dal Medio Oriente con l’intento di arrivare in UE è aumentato considerevolmente, nonostante la frontiera con la Croazia sia ancora chiusa.

“Cucinare è la mia arte”.

Majid, 39 anni, potrebbe essere uno di loro. E’ arrivato a Sarajevo 10 mesi fa dall’Iran, in viaggio per l’Europa. Ha chiesto asilo in Bosnia ed Erzegovina, un paese che sta ancora guarendo dalla guerra che lo ha travolto negli anni ‘90.
“Non andrei da nessun altra parte”, dice. “Resterò qui. Amo la Bosnia”.
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Per l’UNHCR, il paese ha bisogno di sostegno dai donatori per far fronte alle crescenti richieste di asilo. Dorijan Klasnic, funzionario dell’Agenzia, dice che 1.600 persone hanno fatto richiesta di asilo nel paese da gennaio 2018.
“E’ chiaro che le persone considerano questo paese come uno spazio sicuro; un luogo che possono chiamare casa”, dice.
Majid è padre single del quattordicenne Muhammed, che si divide tra la scuola e il calcio. Gioca nella squadra giovanile del FK Sarajevo.
“Per alcune persone, il calcio è solo un gioco, però per me è la vita”, dice Muhammed che sogna di diventare professionista un giorno.
Majid ha lasciato l’Iran per assicurare un futuro sicuro a Muhammed. Volevano arrivare in UE, ma a Sarajevo Majid ha conosciuto un uomo della Bosnia la cui ospitalità gli ha fatto riconsiderare i suoi piani. Così ha chiesto asilo per sè e suo figlio.
“Ho sentito il calore e la gentilezza dell’umanità. Quello che importa è la connessione tra le persone”. Questa amicizia ha fatto sì che Majid cambiasse idea e, nel caso in cui venisse accettata la loro richiesta, lui e suo figlio hanno intenzione di mettere radici a Sarajevo.
Sarajevo è una bella città, ora in gran parta restaurata dopo un assedio in cui persero la vita circa 14.000 persone tra il 1992 e il 1996. Ma Majid non ha tempo per visitare la città vecchia, con le vie sinuose, i bazar, le moschee e le chiese cattoliche e ortodosse.

“Credo che quello che dai, alla fine ritorni”.

Nel fine settimana Majid guadagna qualcosa cucinando per le persone del luogo e i turisti in un locale molto conosciuto vicino a una cascata. Si offre come volontario per cucinare per altri rifugiati e migranti cinque giorni a settimana.
“Credo che quello che dai, alla fine ritorni”, dice, e la sua generosità e il suo entusiasmo non sono passati inosservati.
La scuola internazionale, normalmente a pagamento, permette a Muhammed di studiare gratuitamente.
Di recente, Majid stava preparando la cena mentre Muhammed vedeva una partita di calcio sul computer in soggiorno.
Muhammed ha iniziato a giocare seriamente a otto anni e ora si allena tutti i giorni, con la squadra o a casa.
Il suo idolo è Cristiano Ronaldo, ma la possibilità di iniziare una carriera nello sport dipende, in parte, dalla domanda di asilo. Senza il riconoscimento dello status di rifugiato può allenarsi e giocare nelle partite amichevoli ma non può viaggiare nè giocare nel campionato nazionale, che inizia a settembre.
“E’ un peccato che non abbia i documenti”, dice il suo allenatore, Tarik Cerik. “Rischia di perdere quella mentalità di vincere che si ottiene solo giocando in modo competitivo. E’ ancora giovane, ma l’anno prossimo inizia il campionato più serio. Per l’inizio della nuova stagione dovrà avere risolto il suo status”.

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