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Una dottoressa afgana supera ogni ostacolo per curare i poveri in Pakistan

11 Dic 2019

Cresciuta in una comunità afgana in Pakistan e senza avere un facile accesso all’istruzione, Saleema ha battuto tutte le aspettative diventando una dottoressa.

Di Kate Bond a Islamabad, Pakistan | 11 dicembre 2019

Il monitor cardiaco suona un ritmo lento e costante, mentre un gruppo di medici si riunisce attorno al tavolo operatorio. La luce illumina lo stomaco di una donna.
Con un cenno, la dottoressa Saleema Rehman avverte che è pronta.
Come rifugiata afgana in Pakistan, la ventottenne ha affrontato molti ostacoli nel tentativo di ottenere un’istruzione.
Ora, dopo quasi tre decenni di studi, contro ogni probabilità Saleema è diventata la prima dottoressa rifugiata turkmena in Pakistan. Nel giro di poche ore, rimuoverà una cisti ovarica e trasformerà la vita della sua paziente.

“Ho il dovere di aiutare le donne”, dice con enfasi. “Mi sento così fortunata. Nella mia comunità molte ragazze non hanno questa opportunità. Penso che sia il mio destino”.

“Ho il dovere di aiutare le donne”.

Questo senso del dovere l’ha portata a specializzarsi in ginecologia. Ogni giorno fa nascere circa cinque bambini all’Ospedale della Sacra Famiglia di Rawalpindi, in Pakistan, e si prende cura di 40 donne in ogni reparto, molte delle quali vivono in povertà. Il trattamento è gratuito. Tuttavia, ci sono due pazienti per ogni letto e lei lavora su lunghi turni per occuparsi di tutte loro.
“A volte ceniamo alle 2 del mattino”, dice dalla stanza del personale dell’ospedale. La sua priorità assoluta sono le persone anche qui, mentre offre dell’acqua a una collega esausta e le avvolge una coperta intorno alle spalle. “Dobbiamo mettere da parte la nostra fame”.
Arrivare a questo punto è stata una lotta di tutta la vita.

Cresciuta nella comunità di rifugiati turkmeni nel Pakistan nord-occidentale, Saleema ha dovuto affrontare una battaglia senza fine per ricevere un’istruzione contro tutte le aspettative culturali e l’insicurezza. Come rifugiata, quella battaglia era duplice, ma non era sola.
Suo padre, fuggito dall’Afghanistan all’età di 13 anni, era al suo fianco ad ogni passo. Ha contribuito a far aprire scuole locali e ha sostenuto l’istruzione per le ragazze. Per mantenere vivo il sogno di sua figlia, di giorno vendeva banane e di notte disegnava tappeti.
Alla fine, dopo anni di scuola, una borsa di studio offerta dal Pakistan ha aperto le porte alla carriera medica di Saleema.
“Saleema ha fatto domanda per tre anni consecutivi per ottenere una borsa di studio in medicina”, dice suo padre Abdul, 49 anni. “Ha sempre lottato per realizzare il suo sogno. Abbiamo affrontato molte sfide dai nostri anziani, che ci dicevano che non dovevamo mandare i nostri figli a scuola, ma alla fine abbiamo vinto. Abbiamo ottenuto quel frutto per il quale abbiamo lottato molto”.

Tre anni dopo aver iniziato a lavorare all’Ospedale della Sacra Famiglia, Saleema è rinata. La sua responsabile, Humaira Bilqis, l’ha aiutata a coltivare il suo talento.
“È molto speciale”, dice la ginecologa. “Ha lavorato sodo nella sua vita. Qualunque sfida le diamo, lei non dice mai di no – giorno e notte, non esita. Non mi ha mai deluso. Sono molto orgogliosa di lei”.
“Non sapevo che fosse una rifugiata afgana”, aggiunge, piena di orgoglio. “Non la vedo così. Non abbiamo mai pensato a lei come se non fosse pakistana. Lei è una di noi. È una risorsa per il suo paese. Dopo averlo saputo, sono ancora più orgogliosa di lei”.

“Non mi ha mai deluso”.

L’anno prossimo, Saleema terminerà finalmente la sua specializzazione come ginecologa. Ma, come rifugiata, il suo futuro come medico in Pakistan è incerto.
“La formazione è permessa, gli studi sono permessi”, dice. “Ma poi? Se il governo del Pakistan permette a noi rifugiati afghani di lavorare qui, possiamo essere molto utili alla nostra comunità, e posso lavorare anche per i pakistani”.
In caso di successo, Saleema spera di ispirare altre ragazze rifugiate.
“Ogni volta che torno a casa, le donne vengono da me e mi dicono che si sentono molto orgogliose. Sono così felice che forse le loro idee cambieranno e manderanno le loro figlie a scuola. Voglio che ricevano un’istruzione. Questo farà la differenza per le generazioni future”.
“Anche mia nipote vuole fare il medico”, aggiunge ridendo. “Prende sempre il mio stetoscopio. Mi chiama la zia dottoressa”.

Gli sforzi per riunire i rifugiati e le comunità che li ospitano fanno parte di un approccio più ampio per affrontare gli esodi dei rifugiati e migliorare la loro inclusione socio-economica e autosufficienza. In particolare, l’istruzione sarà una delle aree d’intervento del Global Refugee Forum, un incontro ad alto livello che si terrà a Ginevra la prossima settimana e di cui il Pakistan è co-organizzatore.
Nel frattempo, Saleema continuerà a servire la sua comunità afgana e alcune delle persone più povere del Pakistan. E suo padre ha mantenuto la promessa che si era fatto quando è nata.
“Non ci aspettavamo che sopravvivesse alla nascita”, dice Abdul. “Era sottosopra. Ho promesso che, maschio o femmina, avrei fatto diventare un medico quel bambino quando sarebbe cresciuto. La chiamiamo Dottoressa Saleema da quando aveva tre anni”.
“Se c’è un problema nella mia comunità, chiedono consiglio a me perché ho una figlia che è una dottoressa. È un grande senso di orgoglio per noi. Saleema è un esempio per il Pakistan, per la nostra comunità afgana, per l’Afghanistan. Lei è un esempio per le persone”.
Per maggiori informazioni sul Global Refugee Forum clicca QUI.

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