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Una richiedente asilo in Grecia racconta la violenza che ha sconvolto la sua vita

Tornando a casa dal lavoro in Camerun, Valerie* è stata aggredita e abusata da un gruppo di sconosciuti. Ora ha chiesto asilo in Grecia, e racconta la sua storia per aiutare gli altri.

Di Josie Le Blond a Lesbo, Grecia  |  10 Dic 2019

L’incubo che ha costretto Valerie* a fuggire dal Camerun è arrivato all’inizio di quest’anno alla fine di una normale giornata. Non aveva idea quando è andata al lavoro quella mattina che il suo mondo stava per crollare.


Tornando a casa, sei uomini le si sono avvicinati per strada, chiedendole soldi. Quando hanno scoperto che non ne aveva, l’hanno picchiata fino a farle perdere i sensi.
“Quando mi sono svegliata, mi hanno detto che avrebbero fatto qualcosa che non avevo mai visto prima”, ha detto Valerie*, 39 anni. “Poi hanno abusato di me, uno ad uno.”
Aveva sentito dire che gli stupri stavano diventando sempre più comuni nella sua città natale nel sud del paese, ma niente poteva prepararla allo shock.
Gli uomini hanno detto che le avrebbero dato la caccia se l’avesse detto a qualcuno. Non si è lasciata scoraggiare, ed è andata alla polizia. Ma quegli uomini sono rimasti a piede libero e Valerie* ha capito che doveva fuggire o rischiava ulteriori violenze.
“Non mi sentivo più al sicuro in Camerun”, disse. “Tante donne hanno subito violenze nel mio paese”.
La violenza sessuale e di genere (SGBV-Sexual and Gender-Based Violence) è un fenomeno globale. Le donne e le ragazze ne sopportano il peso, ma anche gli uomini e i ragazzi ne sono vittime. La paura di ritorsioni può far sì che i sopravvissuti abbiano paura di parlare e spesso le loro esperienze non sono credute o vengono ignorate.
Valerie* è fuggita dal Camerun e ha raggiunto l’isola greca di Lesbo su un gommone a settembre. Lì ha chiesto asilo, ma i suoi problemi sono tutt’altro che finiti. Ora vive a Moria, un sovraffollato centro di accoglienza e di identificazione sull’isola.

Le condizioni non sono igieniche e la privacy e la sicurezza sono scarse. Anche l’accesso alle cure mediche è limitato. Circa 16.000 persone vivono a Moria, sette volte la capacità prevista. Le segnalazioni di molestie sessuali e aggressioni sono frequenti.

“Quando sono da sola per strada, sono sempre in preda al panico”.

Valerie* si trova in una sezione ad alta sicurezza, condividendo un piccolo container residenziale con 17 donne sole provenienti da Somalia, Afghanistan e Repubblica Democratica del Congo. Molte hanno subito violenze sessuali nel loro paese o durante il viaggio verso la Grecia e vivono nella paura di ulteriori attacchi. Valerie* evita di uscire dalla zona di sicurezza.
“Le donne devono stare attente ad evitare pericoli qui”, ha detto. “Quando sono sola per strada, sono sempre in preda al panico. Quando la gente diventa aggressiva e ci sono problemi, ho la stessa sensazione di allora”.
L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha ripetutamente chiesto l’urgente miglioramento delle condizioni di vita e la lotta al sovraffollamento a Moria e negli altri centri di accoglienza delle isole greche dell’Egeo, mentre continua a sostenere il governo nella sua risposta ai rifugiati.
A novembre il governo greco ha annunciato misure per alleviare la situazione, tra cui l’impegno a trasferire 20.000 persone verso migliori condizioni sulla terraferma.
“E’ una priorità per le persone sopravvissute come Valerie* essere trasferiti in un luogo (sulla terraferma) dove si sentiranno sicuri e potranno accedere a una più ampia gamma di servizi”, ha detto Elina Karagiorgi, che lavora per l’UNHCR e sostiene i sopravvissuti alle aggressioni sessuali sull’isola.

“E’ bello parlare perché sembra una liberazione”.

L’ente di beneficenza greco Diotima lavora a stretto contatto con l’UNHCR per aiutare i sopravvissuti a conoscere i loro diritti e ad accedere ai servizi medici e legali. Ma con le vittime spesso riluttanti a farsi avanti, il più grande ostacolo a questo lavoro può essere quello di identificarle in primo luogo.
“C’è un enorme stigma intorno alla violenza sessuale in generale, ma soprattutto riguardo allo stupro”, ha detto Adamantia Lambouka, una psicologa di Diotima. “Ma i sopravvissuti iniziano a farsi avanti. In qualche modo lo superano”.
Questo mese, Diotima e l’UNHCR si sono uniti a una serie di attori internazionali per celebrare 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere. La campagna globale annuale, che si conclude il 10 dicembre, chiede l’eliminazione della violenza contro le donne e le ragazze.
Spesso, il primo passo verso il cambiamento è quello di diffondere la consapevolezza del problema, e questo inizia con un sopravvissuto che racconta una storia. In attesa a Moria, Valerie* è ansiosa di condividere la sua storia e far sentire la sua voce.
“Dobbiamo combattere questo problema… Le donne hanno bisogno di giustizia”, ha detto.
“Direi a chiunque abbia paura di parlare che è bello farlo, perchè sembra una liberazione”, ha detto.

*Nome modificato per motivi di protezione.

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