Close sites icon close
Search form

Cerca il sito del paese

Profilo paese

Sito paese

Tre anni dopo essere fuggito dalla guerra in Sudan, Gbreel persegue il suo sogno di diventare medico fino in Italia

Storie

Tre anni dopo essere fuggito dalla guerra in Sudan, Gbreel persegue il suo sogno di diventare medico fino in Italia

14 aprile 2026
Gbreel, rifugiato sudanese, fuggito dalla guerra in Sudan con la sua famiglia ha trovato rifugio in Uganda. Grazie al sostegno ricevuto e al programma University Corridors for Refugees (UNICORE) dell’UNHCR, ha potuto proseguire gli studi in Italia e tenere vivo il suo sogno di diventare medico.

Nonostante un'infanzia segnata dall'insicurezza nella regione meridionale del Darfur, costretto a fuggire a causa delle violenze, Gbreel Telbo è riuscito a eccellere a scuola e a ottenere una borsa di studio universitaria per studiare medicina. Poco dopo la laurea, nel 2023, stava svolgendo il tirocinio in un ospedale della capitale sudanese, Khartoum, quando è scoppiata la guerra.

Non poter rimanere lì e la dura esperienza della sua infanzia lo hanno spinto a decidere di ricongiungersi con la sua famiglia e cercare un luogo sicuro; inizialmente è fuggito con loro all’interno del Sudan e poi rifugiato in Uganda.

Gbreel non ha mai abbandonato il suo sogno di diventare medico. Ha inviato la sua candidatura al programma UNICORE (University Corridors for Refugees) dell’UNHCR, che consente agli studenti rifugiati di accedere all’istruzione superiore in Italia. È stato ammesso al Master in Biologia clinica e sperimentale presso l’Università di Foggia, è arrivato in Italia nel 2025 e dovrebbe terminare i suoi studi nel 2027.

Qui, Gbreel racconta il suo viaggio dal Darfur meridionale all’Italia meridionale e come il sostegno tempestivo e l’opportunità di mettere a frutto il suo talento gli abbiano permesso di continuare a perseguire il suo sogno di un futuro migliore.

"Mi ricordo esattamente dove mi trovavo il 15 aprile 2023 [quando è scoppiata la guerra in Sudan]. Appena tre settimane prima avevo completato i miei studi di medicina all’Università di Bayan a Khartoum.

Fin da bambino sognavo di diventare medico. Nel Darfur, da dove provengo, molte persone soffrono per la mancanza di un'assistenza sanitaria adeguata, per l'insicurezza e per la violenza. Volevo aiutare gli altri, prendermi cura delle persone. Quando frequentavo la scuola secondaria, ero considerato uno studente eccellente e mi è stata offerta una borsa di studio per l'Università di Nyala [nel Darfur meridionale]. Era la mia occasione.

Mio padre era un gran lavoratore, ma non era istruito e spesso dubitava che l’istruzione fosse davvero necessaria. Pensava che anche dopo la laurea sarei tornato a casa e sarei stato costretto a lavorare al mercato come lui. Per fortuna sono l’ultimo di sette figli e non avevano bisogno di me per aiutare la famiglia. Ero libero di andare a scuola. L’istruzione ti dà qualcosa in mano che ti aiuterà ad avere successo nella vita. È come avere un'assicurazione per il futuro; è l'unica via d'uscita da una vita difficile.

La situazione nel Darfur era sempre molto difficile. Ci siamo spostati spesso per sfuggire alle violenze, lasciandoci alle spalle la nostra casa e i nostri amici più e più volte. Anche mentre frequentavo l'università, il governo del Darfur decise che dovevamo trasferirci a Khartoum per continuare i nostri studi, non era più sicuro restare.

Quando sono arrivato lì, mi sono chiesto: “È davvero il Sudan questo?” È stato strano per me passare due anni senza sentire un solo sparo. Volevo far trasferire tutta la mia famiglia una volta finita la scuola. Non avevo idea che esistesse un posto del genere nel nostro Paese, dove si può vivere una vita normale senza pensare che da un momento all'altro si possa essere attaccati o che si possa perdere qualcuno che si ama.

Il 15 aprile 2023, ho sentito esplodere la prima bomba poco dopo aver iniziato il mio turno al pronto soccorso. Era solo il secondo giorno del mio tirocinio in un ospedale locale.

Mentre andavo al lavoro avevo notato più militari del solito per le strade, ma non ci avevo fatto molto caso. Appena cinque minuti dopo, una parte dell’ospedale è stata colpita dai bombardamenti. Abbiamo acceso la TV e abbiamo visto cosa stava succedendo. Dopo un’ora, decine di feriti hanno iniziato ad arrivare al pronto soccorso. Dopo tre ore, abbiamo esaurito le scorte mediche. Dopo cinque ore, siamo rimasti senza corrente e non sapevamo dove mettere i defunti; c’erano cadaveri ovunque. Abbiamo continuato così per tutta la notte, ma alla fine, al mattino, abbiamo capito che non c’era nulla che potessimo fare. La Mezzaluna Rossa è venuta per trasferire i feriti; siamo stati costretti a lasciare indietro i morti e siamo tornati a casa.

In quei primi giorni, tutti erano convinti che la guerra non sarebbe continuata; pensavano che in poche settimane tutto sarebbe finito. Io sapevo che non si sarebbe fermato, pensavo alla mia vita nel Darfur. Sapevo che una volta che le armi iniziano a sparare, è così difficile fermarle. Sapere questo mi ha aiutato a capire la situazione e a decidere cosa fare. Ho lasciato Khartoum molto in fretta per tornare dalla mia famiglia.

Il viaggio verso casa è stata la parte più difficile di tutte. Ci è voluta una settimana per arrivare, quando normalmente il viaggio dura 24 ore. Nel frattempo, la guerra era arrivata a Nyala, e ho pregato di trovare la mia famiglia al sicuro. Nel mio cuore sapevo che se la sarebbero cavata, ma sapevo anche che quando inizia la guerra, non fa distinzione tra civili e militari.

La mia famiglia stava bene. Ci siamo spostati da Nyala in diversi altri luoghi del Paese, ma alla fine ci siamo resi conto che non c'era più un posto sicuro in Sudan. Insieme a mia madre, ai miei due fratelli e alle loro famiglie, abbiamo attraversato il confine con il Sud Sudan e da lì siamo andati in Uganda.

Il viaggio è stato molto difficile, ma eravamo insieme e ci stavamo dirigendo verso la salvezza, e questo lo ha reso più facile.

La svolta è stata quando ho attraversato il confine con l’Uganda: siamo stati accolti come rifugiati e abbiamo ricevuto immediatamente sostegno. È stato il primo vero aiuto che ho ricevuto da quando avevo lasciato Khartoum mesi prima. Era poco, ma mi è sembrato enorme: trovare qualcuno che ti accoglie con un sorriso e capisce ciò che hai vissuto. Per un po’ ci siamo stabiliti nell’insediamento di rifugiati di Kiryandongo e ci hanno dato un appezzamento di terra e i materiali per costruire una casa.

La parte più difficile dell’essere in guerra non è morire; se accadesse sarebbe finita e non avresti nulla di cui preoccuparti. La parte più difficile è temere di perdere le persone che ami e sapere che non c’è nulla che tu possa fare per impedirlo, nessun modo per proteggerle.

Per molto tempo non sono riuscito a pensare al futuro, nemmeno nei miei sogni. L'unica cosa a cui riuscivo a pensare era: Sono al sicuro adesso? Sì. La mia famiglia è al sicuro adesso? Sì. Ok, non desidero nient'altro che questo.

La cosa incredibile è quanto siano generosi gli ugandesi. Sono dove sono oggi grazie a loro. Se fossi stato impegnato a cercare di sopravvivere da solo, non avrei mai potuto cogliere questa opportunità.

In Uganda mi sono reso conto che per me, in quanto rifugiato, sarebbe stato molto difficile esercitare la professione medica. È stato allora che, tramite l’UNHCR, ho scoperto il programma University Corridors (UNICORE) per l’Italia. Ho deciso di candidarmi per una borsa di studio, ma sapevo fin dall’inizio quanto fosse competitivo. I 2.000 rifugiati che hanno presentato domanda per 70 borse di studio non sono solo qualificati; sono studenti straordinari ed eccellenti. Mi sono preparato a fondo per il processo di selezione. Ho simulato il colloquio per 10 giorni di fila e sono stato molto fortunato ad essere ammesso all’Università di Foggia per studiare Biologia Clinica e Sperimentale alla Facoltà di Medicina.

Quando ho ricevuto la chiamata, non riuscivo proprio a crederci, dopo tutto quello che avevo passato. Qui all’Università sono tutti estremamente gentili. Gli altri studenti con cui vivo nel dormitorio mi sostengono e sono curiosi di sapere da dove vengo, mi fanno sempre domande. Nei primi mesi ho faticato un po' ad adattarmi al nuovo ambiente, ma penso che la mia vita mi abbia insegnato come affrontare lo stress e i nuovi contesti.

Non sono qui come vittima, ma come persona che crede nell'istruzione come mezzo per ricostruire la propria vita. Anche se sono passati tre anni e ho superato tante difficoltà, faccio ancora fatica a pensare al futuro. Il mio obiettivo principale è ritrovare me stesso come persona. Non riesco a pensare a dove vorrei essere tra cinque anni, né a quale sia il mio piano. Devo vivere giorno per giorno, e spero di farcela e di ricominciare a credere in me stesso

Agli altri rifugiati che leggeranno la mia storia, voglio che sappiate che ci sono persone che lavorano duramente per voi affinché queste opportunità si concretizzino, e se uno di voi ce l’ha fatta, allora potete farcela anche voi.

PER SAPERNE DI PIÙ:

Dal 2019, il programma UNICORE dell’UNHCR ha permesso a oltre 300 studenti rifugiati di accedere in sicurezza all’istruzione universitaria in Italia grazie a borse di studio e visti per studenti. Il programma offre ai rifugiati l’opportunità di mettere a frutto le proprie competenze e di sviluppare appieno il proprio potenziale per costruirsi una vita migliore. Attualmente, oltre 40 università italiane partecipano all’ottava edizione del programma, selezionando i candidati rifugiati in base al merito e alla motivazione.

ll programma è coordinato da UNHCR, Agenzia ONU per i rifugiati, ed è reso possibile grazie alla collaborazione con partner quali il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, la Caritas italiana, la Diaconia Valdese, il Centro Astalli, la Fondazione Finanza etica, Gandhi charity, Consorzio Communitas, Campus X, oltre ad un'ampia rete di realtà locali che forniscono supporto agli studenti per il completamento degli studi e l’integrazione.

UNHCR è grata a Permira Foundation per il sostegno pluriennale al Programma UNICORE e per il coivolgimento attivo di suoi professionisti e professioniste in percorsi di mentoring con gli studenti.