L’UNHCR sollecita un maggiore sostegno all’istruzione superiore dei rifugiati per resistere all’impatto della pandemia di COVID-19

L’UNHCR esorta governi e donatori a contribuire ad assicurare l’inclusione degli studenti rifugiati nei sistemi educativi nazionali.

Salam AlHariri, 26 anni, è una rifugiata siriana e farmacista in Giordania. Laureatasi con una borsa di studio DAFI presso l'Università della Giordania nel 2018, da allora sta facendo un tirocinio in una farmacia della comunità locale di Amman. © UNHCR

Considerato che solo il tre per cento dei rifugiati accede all’istruzione superiore, l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, esorta governi e donatori a contribuire a colmare le carenze critiche assicurando l’inclusione degli studenti rifugiati nei sistemi educativi nazionali e la continuità dei programmi di istruzione universitaria, e mettendo a loro disposizione un numero di posti maggiore.

La pandemia di COVID-19 ha causato seri disagi a tutti gli studenti e, in particolare, ai rifugiati, la maggior parte dei quali – l’85 per cento – vive nei Paesi in via di sviluppo o in quelli meno sviluppati. Nel caso della chiusura delle scuole, i programmi di apprendimento a distanza non sempre sono disponibili e anche quando lo sono, telefoni cellulari, tablet, laptop, tv, apparecchi radio, nonché connessione a internet sono spesso non accessibili a coloro che sono stati costretti alla fuga.

Le conseguenze socioeconomiche della pandemia non solo limitano le opportunità, ma possono anche costringere gli studenti costretti alla fuga o indigenti ad abbandonare gli studi e a dover lavorare, chiedere elemosina o contrarre matrimoni precoci, nel tentativo di sostenere le proprie famiglie.

L’UNHCR, inoltre, esprime preoccupazione in merito al fatto che, a meno che sia garantito ulteriore supporto immediato, una delle conseguenze dell’emergenza sanitaria mondiale sarà la drastica inversione di tendenza di alcuni dei risultati tanto duramente conseguiti nell’istruzione dei rifugiati, tra i quali l’aumento del numero di iscrizioni a corsi universitari.

Nel 2017 solo l’uno per cento dei rifugiati risultava iscritto all’istruzione superiore. Dalla fine del 2018, il dato è salito al tre per cento, in larga parte grazie al maggiore riconoscimento dell’importanza di tale livello di istruzione per i rifugiati da parte degli Stati, degli istituti d’istruzione e dalle organizzazioni partner.

Anche il 2019 è stato un anno che ha fatto registrare numeri record per lo schema di assegnazione di borse di studio universitarie promosso dall’UNHCR, noto come DAFI (iniziativa tedesca Albert Einstein per l’accesso dei rifugiati all’università), finanziato in larga parte dal Governo tedesco col supporto del Governo danese in qualità di nuovo partner.

Volto a supportare i sistemi di istruzione nazionali, il programma incentiva in via prioritaria l’iscrizione dei rifugiati agli istituti di istruzione superiore pubblici. Le borse di studio, messe a disposizione mediante un processo di selezione competitivo, coprono tasse di iscrizione e altri costi associati agli studi.

Alla fine del 2019 il numero di studenti rifugiati iscritti attraverso questo programma era di 8.347 in 54 Paesi partecipanti, a testimonianza della crescente domanda dei rifugiati in tutto il mondo e della forte risposta assicurata da governi e partner in merito alla necessità di migliorarne l’accesso all’istruzione.

Si tratta di numeri record da quando il programma è stato istituito ormai quasi trenta anni fa, e di un aumento del 18 per cento rispetto all’anno precedente, ovvero 1.481 borse di studio in più. Una tale espansione è stata resa possibile grazie all’incremento dei fondi.

Nel 2019, i beneficiari delle borse di studio DAFI provenivano da 45 Paesi. Gli studenti rifugiati siriani costituivano il gruppo più numeroso (29 per cento), seguiti da quelli provenienti da Afghanistan (14 per cento), Sud Sudan (14 per cento), Somalia (10 per cento) e Repubblica Democratica del Congo (6 per cento).

I primi cinque Paesi di accoglienza di rifugiati beneficiari del programma DAFI erano Etiopia, Turchia, Giordania, Kenya e Pakistan, un dato che riflette anche l’andamento dei movimenti di rifugiati su scala mondiale.

I principali settori di studio dei rifugiati iscritti al programma sono stati scienze mediche e materie correlate, seguiti da commercio e gestione aziendale, scienze sociali e del comportamento, ingegneria, matematica e informatica.

Questi e altri dati relativi alla frequenza dell’istruzione universitaria dei rifugiati sono messi in evidenza nel rapporto dell’UNHCR Refugee Students in Higher Education, pubblicato ieri.

Raccogliere sostegno all’istruzione, anche a livello superiore, era uno degli obiettivi chiave definiti in occasione del Forum Globale sui Rifugiati tenutosi a dicembre dell’anno scorso.

Per non soccombere all’impatto della pandemia di COVID-19, l’UNHCR si appella a governi, settore privato, società civile e altri attori chiave affinché contribuiscano a rafforzare e migliorare i livelli di inclusione e accessibilità ai sistemi di istruzione nazionali nei Paesi di accoglienza e a garantire e tutelare finanziamenti destinati all’istruzione. In assenza di tali interventi, il futuro di innumerevoli studenti sarà a rischio.

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