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Filippo Grandi chiede maggiore sostegno mentre il Ciad affronta crisi multiple

Con quasi 600.000 rifugiati e 400.000 sfollati interni, il Ciad rimane un importante Paese ospitante, nonostante debba affrontare le proprie sfide socio-economiche, politiche e di sicurezza.

Di Alpha Seydi Ba a NDjamena, Ciad  |  16 Lug 2022

Hassan Nour Ahmat, 40 anni, ha trascorso gli ultimi 18 anni nel campo di Milé, nel Ciad orientale, dopo essere fuggito dalle violenze nella regione del Darfur, in Sudan. © UNHCR/Xavier Bourgois

Il Ciad ha bisogno di un maggiore sostegno umanitario e allo sviluppo, mentre continua ad ospitare centinaia di migliaia di rifugiati in fuga dalle violenze ai confini orientali, occidentali e meridionali, oltre a dover affrontare le proprie sfide di insicurezza, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario ONU per i Rifugiati, al termine di una visita di quattro giorni nel Paese che si è conclusa venerdì.


Situato nella turbolenta regione africana del Sahel, il Ciad ospita più di 1 milione di persone costrette a lasciare le loro case, tra cui 580.000 rifugiati provenienti dai conflitti in Sudan, Repubblica Centrafricana e Camerun, altri 380.000 ciadiani che sono fuggiti dall’insicurezza in altre aree e 100.000 ex rifugiati che sono tornati nel Paese.

Durante la sua visita, Grandi ha incontrato alcuni dei circa 400.000 rifugiati sudanesi che vivono nei campi sparsi nella vasta regione orientale del Paese dall’inizio del conflitto nella regione del Darfur, in Sudan, quasi 20 anni fa.

Tra loro c’era Hassan Nour Ahmat, 40 anni, un rifugiato sudanese disabile che ha trascorso gli ultimi 18 anni nel campo di Milé, vicino al confine con il suo Paese. Il campo ospita attualmente più di 25.000 rifugiati provenienti dalla regione del Darfur.

Ahmat, che è fuggito dal suo villaggio di Amfarass in groppa a un asino, ha raccontato che il sostegno che i residenti del campo di Milé ricevono è in costante declino, poiché i livelli di assistenza non sono riusciti a tenere il passo con l’aumento dei bisogni, con un numero sempre maggiore di rifugiati in fuga dalla violenza nel Darfur negli ultimi anni.

“Gli aiuti non sono più come negli anni passati e quando facciamo domande, la risposta è sempre la stessa: mancanza di risorse”, ha detto Ahmat.

Il Ciad è una delle più grandi operazioni nella regione per l’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati. Grandi ha affermato che, oltre a maggiori finanziamenti per sostenere la risposta umanitaria, la comunità internazionale dovrebbe dare priorità a soluzioni a lungo termine per le sfide che il Paese e il suo governo devono affrontare.

“Lo scopo della mia visita è quello di aiutare le generosissime autorità del Ciad, che hanno mantenuto le frontiere aperte per tutte queste persone, a mobilitare le risorse non solo per soddisfare i bisogni umanitari, ma anche per sostenere lo sviluppo del Paese, al fine di creare nuove opportunità per queste popolazioni”, ha detto Grandi.

A quasi 1.000 chilometri di distanza, al confine sud-occidentale del Ciad con il Camerun, Grandi ha incontrato i rifugiati camerunensi che vivono nel campo di Kalambari, tra gli oltre 40.000 attualmente ospitati dal Ciad dopo essere fuggiti dagli scontri intercomunitari nel nord del Paese per la scarsità di risorse idriche. I violenti scontri tra pastori e agricoltori per la diminuzione delle risorse sono un esempio lampante di come la crisi climatica stia esacerbando la fragilità della regione.

“Siamo molto grati ai nostri fratelli e sorelle ciadiani. Ma anche loro hanno i loro problemi, è difficile per tutti”, ha spiegato Hawa Kamsouloum, 37 anni, madre sola fuggita dagli scontri con i suoi sei figli alla fine del 2021.

“Quello che vogliamo è che ci venga data l’opportunità di ricominciare la nostra vita qui, perché non credo che tornerò a casa presto”, ha detto.

Il cambiamento climatico sta aumentando la competizione per l’acqua e altre risorse nella regione del Sahel, dove le temperature stanno aumentando 1,5 volte più velocemente della media globale. Il livello dell’acqua nel lago Ciad è diminuito fino al 95% negli ultimi 60 anni, con un impatto sulle comunità di Ciad, Camerun, Niger e Nigeria che dipendono dal lago e dai fiumi circostanti per la loro sopravvivenza.

“Il Ciad non può farcela da solo”.

Con poche prospettive di una rapida risoluzione delle sfide ambientali e di sicurezza nel Sahel, l’Alto Commissario ha concluso esortando i governi a non trascurare il contributo vitale di Paesi come il Ciad e ad assicurarsi che dispongano di risorse adeguate per continuare a offrire sicurezza alle persone in fuga dalle loro case.

“La generosità delle autorità locali e nazionali deve essere sostenuta dai donatori internazionali e dalle organizzazioni per lo sviluppo, che dovrebbero fornire le risorse e le competenze necessarie per creare opportunità per le persone che non possono ancora tornare a casa”, ha detto Grandi.

“Il Ciad non può e non deve farcela da solo. Il Paese ha bisogno del sostegno della comunità internazionale”.

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