Un’allenatrice di calcio afghana aiuta le giovani rifugiate a frequentare la scuola in Iran

Rozma Ghafouri, allenatrice di calcio e consulente giovanile, è la vincitrice regionale per l’Asia del Premio Nansen per i Rifugiati 2020, assegnatole per il suo lavoro per l’empowerment delle ragazze rifugiate afghane.

Rozma Ghafouri, vincitrice regionale del Premio Nansen per i Rifugiati 2020 per l'Asia.

In piedi ai margini di un campo da calcio, con il fischietto in mano, Rozma Ghafouri osserva un gruppo di giovani ragazze afghane dribblare la palla. Una di loro rallenta quando raggiunge la porta, si mette in posizione e segna. Le compagne esultano di gioia e Rozma fischia la fine della partita.

Mentre le ragazze sistemano l’attrezzatura dopo l’allenamento, Rozma si avvicina alla panchina dove sono sedute le nuove arrivate. Si congratula con loro per i progressi compiuti, le esorta a non mancare all’allenamento successivo e, con gentilezza, si informa sulla situazione a casa.

“Lo sport è il modo migliore che ho trovato per aiutare i bambini in una situazione di vulnerabilità ad aprirsi con me. Dopo ogni allenamento parlo con loro di un argomento qualunque finché non si sentono a proprio agio e mi confidano i problemi che affrontano in famiglia”, racconta Rozma.

La giovane ventinovenne non è solo l’allenatrice della squadra, è anche lei afghana. Sostenuta dal ricordo della propria infanzia, a volte molto dura, si adopera affinché i giovani rifugiati afghani tra gli 11 e i 15 anni senza documenti smettano di lavorare e tornino sui banchi di scuola.

“Vedevo i bambini afghani lavorare invece di giocare”.

“Vedevo i bambini afghani lavorare invece di giocare, indossare abiti da lavoro usati anziché l’uniforme. Non sorridevano” ricorda. “Attraverso lo sport, molti di questi bambini riescono a dimenticare le difficoltà personali”.

Rozma è fuggita dall’Afghanistan con la sua famiglia 23 anni fa. Dopo aver lavorato come operaia per gran parte della sua infanzia, nel 2015 ha fondato il Youth Initiative Fund nella città di Shiraz, a sud della Repubblica islamica dell’Iran, per aiutare bambini in situazioni critiche.

Con il sostegno dell’UNHCR, l’Agenzia ONU per i rifugiati, e dell’Ufficio per l’immigrazione e gli stranieri (BAFIA) – controparte governativa iraniana – Rozma è in grado di aiutare circa 400 bambini all’anno, tra cui molte ragazze che hanno lasciato la scuola, attraverso l’inserimento in attività sportive e sociali, l’iscrizione a corsi di alfabetizzazione e calcolo e l’offerta di consulenze alle famiglie. Vedendo l’impatto positivo del progetto sulla vita delle bambine afghane a Shiraz, UNHCR e BAFIA stanno lavorando per portarlo in altre province dell’Iran.

Ogni giorno, i volontari della Youth Initiative, tra cui cittadini afgani e iraniani, si recano porta a porta nei quartieri di Shiraz, per lo più popolati da afghani, per parlare con i genitori dei bambini che non hanno mai frequentato la scuola o hanno dovuto abbandonarla. Rozma e il suo team stabiliscono un rapporto con i genitori e chiedono che autorizzino i loro figli ad andare agli allenamenti settimanali.

Quando i genitori li vedono cambiare in positivo grazie alle attività sportive condotte da Rozma diventano più disponibili ad accoglierne la richiesta di mandarli a scuola.

“È difficile convincere i genitori, che sono più preoccupati di sfamare la famiglia che permettere ai figli di essere solo dei bambini e andare a scuola” spiega, ricordando le innumerevoli volte che si è vista chiudere la porta in faccia.

Se è vero che a lavorare per aiutare le loro famiglie sono sia i ragazzi che le ragazze, è anche vero che queste ultime devono fare i conti con norme culturali che considerano inutile l’istruzione femminile. Nella comunità afghana alcune di loro sono a volte costrette a contrarre matrimoni precoci. È proprio per la sua dedizione alle giovani afgane in Iran che Rozma ha vinto per l’Asia il Premio Nansen per i Rifugiati dell’UNHCR, prestigioso riconoscimento annuale che onora lo straordinario impegno di persone al servizio di rifugiati, sfollati interni o apolidi.

Rozma ritiene che lo sport sia il modo migliore per aiutare i bambini in situazioni di vulnerabilità ad aprirsi. © UNHCR/Fatemeh Forootan Torkamani

Il nome del vincitore globale, che non è ancora stato reso pubblico, sarà annunciato il 1° ottobre e consegnato dall’UNHCR il 5 ottobre, nel corso di una cerimonia online.

Rozma aveva quasi sei anni quando i talebani hanno preso il controllo della sua città nella provincia afghana nordorientale di Kapisa, costringendola a fuggire dal paese con i genitori e i quattro fratelli. In Iran era al sicuro, ma durante i primi anni di esilio la famiglia riusciva malapena a sopravvivere, e non aveva certo il denaro per pagare le tasse scolastiche.

“Ricordo che a sette anni mi resi conto che non sarei andata a scuola come gli altri bambini perché avevo bisogno di guadagnare dei soldi” racconta la giovane. “Il lavoro più difficile che ricordo di aver fatto era in un’azienda agricola, dove c’era un odore insopportabile di pesticidi e il sole cocente che mi bruciava la testa”.

Rozma e i suoi fratelli e sorelle hanno anche lavorato in una fabbrica di mattoni dove la famiglia viveva in una stanza angusta senza servizi igienici. Anche quando, diversi anni dopo, è finalmente riuscita ad andare a scuola, ha continuato a lavorare part-time la sera per potersi pagare l’uniforme, i libri e i trasporti.

Tra compiti, faccende domestiche e lavori, Rozma aveva bisogno di un’attività che rallegrasse le sue giornate.

“L’unica cosa che desideravo era giocare a calcio,
ma non mi era permesso perché ero una ragazza”.

“Non mi sono mai piaciute le bambole. L’unica cosa che desideravo era giocare a calcio, ma non mi era permesso perché ero una ragazza” prosegue. “Mio padre sosteneva che le ragazze non sono fatte per il calcio e che avrei dovuto imparare a cucire”.

È stato grazie a sua madre che ha ottenuto il permesso di correre fuori a giocare a calcio con le sorelle e gli altri bambini del vicinato una volta terminati i lavori di casa.

Tra i beneficiari del progetto di Rozma ci sono la giovane Nazi, di 28 anni, e la figlia dodicenne Nazanin, entrambe allenate da lei. “Grazie a Youth Initiative, mia figlia può avere un’infanzia, giocare, socializzare con altri bambini, sognare…. Sono cose che io non ho mai potuto fare” dice Nazi.

“L’unica cosa che desideravo era giocare a calcio, ma non mi era permesso perché ero una ragazza”. © UNHCR/Fatemeh Forootan Torkamani

Rozma non potrebbe essere più felice per il fatto che la comunità afghana sta a poco poco accettando il calcio come uno sport femminile. Le sorelle di Rozma sono state persino invitate a giocare in una squadra di calcio femminile in Afghanistan.

“Sogno un mondo in cui ragazze e ragazzi afghani abbiano le stesse opportunità di raggiungere il successo, ovunque si trovino nel mondo e indipendentemente dagli ostacoli che incontreranno sul loro cammino” afferma. “Lo sport può essere uno strumento potente per far sì che ciò accada”.

Il Premio Nansen per i Rifugiati prende il nome da Fridtjof Nansen, esploratore e umanitario norvegese, nominato primo Alto Commissario per i Rifugiati dalla Società delle Nazioni nel 1921 e vincitore del Premio Nobel. Il Premio si propone di ricordare i valori di perseveranza e tenacia di fronte alle avversità da lui incarnati.